giovedì 5 giugno 2014

Gli Attila molisani del terzo millennio


                                    Tonino Perna         Massimo Di Risio         Dante Di Dario

Nessuna opera lasciata alla collettività molisana dalla triade Perna- Di Dario- Di Risio oltre a migliaia di mq. di capannoni industriali inutilizzati e al disastro economico  delle famiglie sul lastrico in seguito al fallimento delle aziende da loro guidate.


Il disastro che appare sotto i nostri occhi per un Molise ridotto sul lastrico e la mancanza di lavoro, gli sfratti esecutivi che non interessano solo la città di Isernia, ma tutta la regione. Quella miseria che ci veniva solo raccontata dai nostri nonni che avevano vissuto il bellum e il post bellum e allora ci appariva una fiction televisiva lontana dalla realtà oggi è lì, a portata di pianerottolo, nella porta accanto: e ne siamo intrisi. 

A disastro avvenuto, non toglieremmo nulla a nessuno se fossimo degli osservatori, neanche tanto acuti, e ci mettessimo a comprendere per quale motivo ci siamo ridotti a tanto e di chi sono le responsabilità oggettive di questo sfacelo. Guardando in una ipotetica sfera temporale a ritroso negli ultimi 5 lustri, potremmo accorgerci delle indiscutibili  commistioni istituzional politiche e una triade di imprenditori che nel corso dell’ultimo ventennio ha illuso tutti che avremmo vissuto  nel benessere eterno, mentre l’unica garanzia di quel paradisiaco mondo fatto di altisonanti marchi della moda; di auto molisane a brand autoctono; di comparti avicoli con  ciclopiche produzioni di carni bianche erano lo specchietto dei polli (per restare in tema) a cui l’unica certezza di ricchezza perenne era garantita solo ed esclusivamente a loro vertici industriali.

Quanti i milioni di euro precipitati nel baratro della triade Perna  – Di Dario - Di Risio nelle diverse specializzazioni industriali negli ultimi anni? Come quantizzare il disastro di lauti finanziamenti europei, nazionali e regionali buttati nel mare magnum di tre aziende che avevano il pregio di contribuire al mantenimento di circa 15.000 persone tra personale assunto, indotto, logistica e servizi collaterali, mentre per svolgere lo stesso lavoro si poteva fare a meno di oltre la metà dello stesso personale?(economia fasulla). Cosa hanno lasciato oltre al disastro economico al Molise queste figure sposate dai politici di turno che si sono alternati alla guida delle istituzioni e hanno banchettato alle corti dei rispettivi personaggi per reggere il  bacino elettorale, determinato dai grandi numeri dei dipendenti di queste aziende, al fine di essere rieletti? 

Le uniche ricchezze che restano dopo i fallimenti della Ittierre, della Gam e della Dr sono i capannoni. Centinaia di migliaia di metri quadrati di capannoni industriali che hanno sottratto a questa regione, in precedenti aree agricole, illuse dall’industrializzazione improbabile, la possibilità di sviluppare colture. Questi mirabili illusionisti dell’affare e di “Piazza Affari” che si sono saputi disbrigare tra il vecchio MIB TEL e il nuovo FTSE MIB con il denaro della collettività, prevedendo di gran misura rispetto alla dèbacle attuale la catastrofe e presumibilmente ponendo al sicuro le proprie risorse off shore prima che la nave affondasse, non hanno lasciato nulla alla collettività se non gli stipendi consumati dalla contingenza dei dipendenti. 

Nulla resterà del loro passaggio nella storia degli uomini che possa con autorevolezza, testimoniarne l’attaccamento al territorio, quell’appartenenza ad una terra che gli ha dato i natali. Nessuna opera pubblica intitolata per lascito filantropico hanno realizzato nel loro lungo cammino di ricchezza. Nemmeno un piccolo palazzetto, una piscina, un auditorium o una fontana: nulla! Eppure avrebbero potuto mutuare dai loro pari le notevoli opere, ci salta in mente, il “Pala Trussardi”a Milano per esempio.  No, i singoli della triade incuranti del futuro postumo saranno ricordati dai nostri successori come gli “Attila molisani del terzo millennio”.
                                                                                                               P.T.

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