Dall'inizio della crisi 1,8 milioni di occupati in meno tra i 15-34enni. Le famiglie dove nessuno lavora e che potrebbero essere in difficoltà sono 3 milioni. Nuovo minimo storico per le nascite.
Il Rapporto annuale dell'Istat, giunto alla ventiduesima edizione, sviluppa una riflessione documentata sulle trasformazioni che interessano economia e società italiana, integrando le informazioni prodotte dall'Istat e dal Sistema statistico nazionale. Quest'anno, oltre a illustrare gli effetti economici e sociali della crisi, il Rapporto guarda alle potenzialità del Paese e mette a fuoco le sfide più rilevanti che attendono l'economia e la società italiana in vista dell'avvio del percorso di ripresa atteso a partire dal 2014.
Tra queste, la correzione di squilibri economici e sociali, resi più evidenti dalla crisi con particolare riguardo alla capacità competitiva del sistema, alla situazione del mercato del lavoro e delle famiglie, ai divari territoriali. L'analisi delle condizioni della finanza pubblica e dell'impatto redistributivo del bilancio pubblico offre, infine, alcuni scenari utili per la definizione di politiche a sostegno della ripresa.
Le difficoltà del mercato del lavoro
L’economia del resto continua a risentire degli effetti della crisi. Nel 2013 l'occupazione è diminuita di 478 mila unità (-2,1% rispetto al 2012), il calo peggiore dell'ultimo quinquennio. Contemporaneamente il tasso di disoccupazione ha continuato a crescere, dal 10,7% del 2012 al 12,2%. In Italia, si legge nel rapporto, tra disoccupati e persone che vorrebbero lavorare ci sono 6,3 milioni di senza posto. Nel 2013 ai 3 milioni 113mila disoccupati si aggiungono infatti 3 milioni 205mila forze lavoro potenziali, ovvero gli inattivi più vicini al mercato del lavoro. I più colpiti sono proprio i giovani: nella fascia d’età fra i 15 e i 34 anni in cinque anni gli occupati sono scesi di 1,8 milioni di unità.
Tre milioni di famiglie dove nessuno lavora
In un panorama del genere le famiglie italiane, dice l’Istat, sono sempre più in difficoltà e riducono i consumi. Nel 2013 sono 2 milioni quelle con almeno un 15-64enne senza occupati e pensionati da lavoro, a cui si aggiunge un'altra area di disagio fatta da famiglie composte da più persone ma rette solo da una pensione da lavoro. Sommando i gruppi emergono 3 milioni di famiglie dove nessuno lavora.
Nuovo record negativo per le nascite
Se da una parte l’Italia perde giovani, dall’altra invecchia sempre più. Si fanno sempre meno bambini: le nascite hanno raggiunto un nuovo minimo storico. Nel 2013 si stima che saranno iscritti all'anagrafe poco meno di 515mila nuovi nati, 12mila in meno "rispetto al minimo storico registrato nel 1995". In cinque anni sono arrivate in Italia 64mila cicogne in meno.
Dal 2011 sono state varate manovre per un totale di 182 miliardi ma ”gli effetti sul miglioramento dei conti pubblici sono stati in gran parte limitati dal cattivo andamento dell’economia, che ha raffreddato in particolare la dinamica delle entrate”. Lo sottolinea l’Istat nel Rapporto annuale, riconoscendo che “la dimensione delle manovre fiscali attuate complessivamente in Italia dal 2010 è stata notevole (pari a -15 miliardi per il 2011, a -75 miliardi per il 2012 e a -92 miliardi per il 2013)”.
Secondo l’istituto di statistica “gli effetti sul miglioramento dei conti pubblici sono stati in gran parte limitati dal cattivo andamento dell’economia, che ha raffreddato in particolare la dinamica delle entrate”. ”La dinamica delle spese, meno sensibili al ciclo economico rispetto alle entrate – conclude l’Istat – ha registrato andamenti coerenti con gli obiettivi risultando sostanzialmente stabile tra il 2010 e il 2013, in seguito alla riduzione soprattutto della spesa per il personale (-7,9 miliardi), degli investimenti fissi lordi (-6,6 miliardi) e dei consumi intermedi (-3,3 miliardi) e nonostante l’aumento della spesa per interessi”.
Durante la crisi l’aumento del rapporto debito/Pil in Italia e’ stato determinato principalmente dalla spesa per interessi e dalla bassa crescita economica, controbilanciando gli effetti delle manovre fiscali. Tra i paesi dell’Unione europea, gli interventi discrezionali hanno contribuito al contenimento della dinamica del rapporto debito/Pil solo in due casi: in Italia, dove le severe manovre di bilancio hanno favorito, nel periodo 2007-2012, una riduzione pari a 9,5 punti percentuali, e in Finlandia, per una riduzione di 6 punti percentuali”.
“Nei prossimi anni – continua il Rapporto dell’istituto di Statistica – un vincolo importante per le politiche fiscali e’ rappresentato dal pareggio del saldo strutturale di bilancio. Quest’ultimo e’ infatti molto piu’ stringente rispetto al limite del 3% sul rapporto deficit/Pil previsto dal Patto di stabilita’ e crescita. Il saldo strutturale e’ un indicatore non osservabile che viene calcolato sulla base di un altro indicatore stimato: il prodotto potenziale. A parita’ di altre condizioni, una stima piu’ elevata della crescita potenziale comporta un migliore saldo strutturale e richiede pertanto politiche fiscali meno severe. Le piu’ recenti stime del prodotto potenziale incorporano gli effetti della crisi, tanto da ipotizzare come conseguenza una consistente erosione della capacita’ produttiva nel nostro Paese”.
Tra queste, la correzione di squilibri economici e sociali, resi più evidenti dalla crisi con particolare riguardo alla capacità competitiva del sistema, alla situazione del mercato del lavoro e delle famiglie, ai divari territoriali. L'analisi delle condizioni della finanza pubblica e dell'impatto redistributivo del bilancio pubblico offre, infine, alcuni scenari utili per la definizione di politiche a sostegno della ripresa.
Le difficoltà del mercato del lavoro
L’economia del resto continua a risentire degli effetti della crisi. Nel 2013 l'occupazione è diminuita di 478 mila unità (-2,1% rispetto al 2012), il calo peggiore dell'ultimo quinquennio. Contemporaneamente il tasso di disoccupazione ha continuato a crescere, dal 10,7% del 2012 al 12,2%. In Italia, si legge nel rapporto, tra disoccupati e persone che vorrebbero lavorare ci sono 6,3 milioni di senza posto. Nel 2013 ai 3 milioni 113mila disoccupati si aggiungono infatti 3 milioni 205mila forze lavoro potenziali, ovvero gli inattivi più vicini al mercato del lavoro. I più colpiti sono proprio i giovani: nella fascia d’età fra i 15 e i 34 anni in cinque anni gli occupati sono scesi di 1,8 milioni di unità.
Tre milioni di famiglie dove nessuno lavora
In un panorama del genere le famiglie italiane, dice l’Istat, sono sempre più in difficoltà e riducono i consumi. Nel 2013 sono 2 milioni quelle con almeno un 15-64enne senza occupati e pensionati da lavoro, a cui si aggiunge un'altra area di disagio fatta da famiglie composte da più persone ma rette solo da una pensione da lavoro. Sommando i gruppi emergono 3 milioni di famiglie dove nessuno lavora.
Nuovo record negativo per le nascite
Se da una parte l’Italia perde giovani, dall’altra invecchia sempre più. Si fanno sempre meno bambini: le nascite hanno raggiunto un nuovo minimo storico. Nel 2013 si stima che saranno iscritti all'anagrafe poco meno di 515mila nuovi nati, 12mila in meno "rispetto al minimo storico registrato nel 1995". In cinque anni sono arrivate in Italia 64mila cicogne in meno.
Dal 2011 sono state varate manovre per un totale di 182 miliardi ma ”gli effetti sul miglioramento dei conti pubblici sono stati in gran parte limitati dal cattivo andamento dell’economia, che ha raffreddato in particolare la dinamica delle entrate”. Lo sottolinea l’Istat nel Rapporto annuale, riconoscendo che “la dimensione delle manovre fiscali attuate complessivamente in Italia dal 2010 è stata notevole (pari a -15 miliardi per il 2011, a -75 miliardi per il 2012 e a -92 miliardi per il 2013)”.
Secondo l’istituto di statistica “gli effetti sul miglioramento dei conti pubblici sono stati in gran parte limitati dal cattivo andamento dell’economia, che ha raffreddato in particolare la dinamica delle entrate”. ”La dinamica delle spese, meno sensibili al ciclo economico rispetto alle entrate – conclude l’Istat – ha registrato andamenti coerenti con gli obiettivi risultando sostanzialmente stabile tra il 2010 e il 2013, in seguito alla riduzione soprattutto della spesa per il personale (-7,9 miliardi), degli investimenti fissi lordi (-6,6 miliardi) e dei consumi intermedi (-3,3 miliardi) e nonostante l’aumento della spesa per interessi”.
Durante la crisi l’aumento del rapporto debito/Pil in Italia e’ stato determinato principalmente dalla spesa per interessi e dalla bassa crescita economica, controbilanciando gli effetti delle manovre fiscali. Tra i paesi dell’Unione europea, gli interventi discrezionali hanno contribuito al contenimento della dinamica del rapporto debito/Pil solo in due casi: in Italia, dove le severe manovre di bilancio hanno favorito, nel periodo 2007-2012, una riduzione pari a 9,5 punti percentuali, e in Finlandia, per una riduzione di 6 punti percentuali”.
“Nei prossimi anni – continua il Rapporto dell’istituto di Statistica – un vincolo importante per le politiche fiscali e’ rappresentato dal pareggio del saldo strutturale di bilancio. Quest’ultimo e’ infatti molto piu’ stringente rispetto al limite del 3% sul rapporto deficit/Pil previsto dal Patto di stabilita’ e crescita. Il saldo strutturale e’ un indicatore non osservabile che viene calcolato sulla base di un altro indicatore stimato: il prodotto potenziale. A parita’ di altre condizioni, una stima piu’ elevata della crescita potenziale comporta un migliore saldo strutturale e richiede pertanto politiche fiscali meno severe. Le piu’ recenti stime del prodotto potenziale incorporano gli effetti della crisi, tanto da ipotizzare come conseguenza una consistente erosione della capacita’ produttiva nel nostro Paese”.

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