Che la situazione economica italiana fosse in sofferenza, e da diversi anni, lo sapevamo e lo abbiamo sempre sottolineato. Per questo, in questi primi mesi dalla nascita del nuovo governo, abbiamo da subito impresso una forte accelerazione alle riforme così necessarie per rendere l’Italia un paese più solido e più competitivo. E abbiamo prima di tutto cominciato col dare un po’ di sollievo a chi la crisi l’ha subita di più.
I dati di oggi, se sono positivi sulla produzione industriale, il che va fa ben sperare sul futuro, confermano riguardo al PIL che la velocità con la quale si devono fare le riforme, dalla pubblica amministrazione al fisco, dall’architettura istituzionale al lavoro, diventa ancora più essenziale. Se poi si aggiungono i dati che purtroppo arrivano dalla Germania sul crollo degli ordinativi industriali si capisce che il problema è europeo, come peraltro abbiamo più volte cercato di sottolineare.
Per questo noi siamo ancora più determinati a proseguire, anzi ad accelerare sul cammino delle riforme. Il piano del 1000 giorni che da settembre il governo presenterà al Paese è esattamente orientato a portare fino in fondo il cambiamento strutturale che abbiamo iniziato e che serve per riaffermare che l’Italia è un grande paese che può uscire dalle difficoltà ed essere protagonista per un cambiamento anche delle politiche europee. Anche perché, letti insieme i dati italiani e tedeschi, ci chiediamo se non sia il caso che l’Europa si interroghi profondamente e urgentemente sulle politiche seguite finora.
Per questo noi siamo ancora più determinati a proseguire, anzi ad accelerare sul cammino delle riforme. Il piano del 1000 giorni che da settembre il governo presenterà al Paese è esattamente orientato a portare fino in fondo il cambiamento strutturale che abbiamo iniziato e che serve per riaffermare che l’Italia è un grande paese che può uscire dalle difficoltà ed essere protagonista per un cambiamento anche delle politiche europee. Anche perché, letti insieme i dati italiani e tedeschi, ci chiediamo se non sia il caso che l’Europa si interroghi profondamente e urgentemente sulle politiche seguite finora.

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